Interagire con i nostri atleti vuol dire anche fare chiarezza sui metodi utilizzati e soprattutto fare comprendere i perché di alcune scelte strategiche nell’organizzazione degli allenamenti. Oggi vogliamo fare chiarezza su un metodo che spesso viene compreso (male) senza le dovute basi scientifiche, ma soprattutto come la panacea di tutte le performance. Non sempre è cosi. Buona lettura!
Negli ultimi anni il cosiddetto metodo norvegese è diventato una sorta di parola magica nel mondo del triathlon e degli sport di endurance. I successi clamorosi di atleti come Kristian Blummenfelt e Gustav Iden hanno acceso i riflettori su un approccio all’allenamento che sembra aver riscritto alcune regole tradizionali. Ma di cosa parliamo davvero? E soprattutto: è un metodo applicabile a tutti?
Cos’è il metodo norvegese (in breve)
Più che un singolo metodo strutturato, il “metodo norvegese” è un insieme di principi:
- Altissimo volume settimanale
- Distribuzione dell’intensità fortemente polarizzata
- Controllo ossessivo dell’intensità, spesso tramite lattato
- Doppie sedute giornaliere, anche di qualità
- Recupero e contesto altamente professionalizzato
Il punto centrale è che gran parte del lavoro avviene a intensità medio-basse, con sedute di qualità molto precise e ripetibili, mantenute sotto controllo metabolico.
I punti di forza del metodo norvegese
1. Precisione dell’intensità
Uno dei grandi meriti di questo approccio è l’attenzione maniacale al controllo dell’intensità, soprattutto nelle sedute “di soglia”. L’uso sistematico del lattato permette di:
- Evitare il classico errore del “sempre un po’ troppo forte”
- Accumulare molto lavoro di qualità senza andare in overreaching
- Migliorare la capacità di sostenere intensità elevate nel tempo
Questo ha portato a una ridefinizione pratica del concetto di soglia, più funzionale e meno basata su numeri teorici.
2. Grande capacità di accumulare volume di qualità
Grazie al controllo metabolico, gli atleti norvegesi riescono a svolgere due sessioni intense nello stesso giorno, mantenendo però una buona freschezza complessiva. Questo consente un adattamento molto specifico alle richieste della gara, soprattutto sulle distanze olimpiche e Ironman.
3. Approccio scientifico e sistematico
Nulla è lasciato al caso: carichi, recupero, nutrizione, sonno, stress. Il metodo norvegese è figlio di un ambiente in cui ricerca scientifica e campo dialogano costantemente, riducendo improvvisazione ed errori grossolani.
I limiti (spesso ignorati) del metodo norvegese
1. Non è pensato per l’amatore medio
Questo è forse il punto più critico. Il metodo norvegese nasce e funziona in un contesto di:
- Atleti élite
- Tempo quasi illimitato per allenarsi e recuperare
- Supporto medico, fisioterapico e nutrizionale costante
Trasportarlo pari pari su un age-grouper con lavoro, famiglia e 8–10 ore settimanali è non solo inefficace, ma potenzialmente dannoso.
2. Rischio di feticismo del lattato
Il lattato è uno strumento, non un fine. Senza una reale comprensione fisiologica, il rischio è:
- Allenarsi “per il numero” invece che per l’adattamento
- Perdere sensibilità interna allo sforzo (RPE)
- Complicare inutilmente la programmazione
In mani inesperte, il lattato può creare più confusione che benefici.
3. Volume e stress cumulativo elevatissimi
Anche se l’intensità è controllata, il carico totale è enorme. Questo richiede una capacità di recupero fuori dal comune. Non tutti gli atleti (nemmeno di buon livello) tollerano bene volumi così elevati senza incorrere in infortuni, stanchezza cronica o cali prestativi.
Cosa possiamo “rubare” dal metodo norvegese
Il vero valore del metodo norvegese non sta nell’imitarlo alla lettera, ma nel trarne principi adattabili:
- Migliore gestione delle intensità medio-alte
- Più attenzione alla sostenibilità del carico
- Sedute di qualità realmente controllate
- Meno “allenamenti grigi”, sempre a sensazione medio-alta
In altre parole: meno eroismo quotidiano e più continuità nel lungo periodo.
Conclusione
Il metodo norvegese non è una formula magica, né una moda passeggera. È un modello estremamente efficace nel contesto giusto, con atleti giusti e risorse adeguate. Per tutti gli altri, allenatori compresi, rappresenta una preziosa fonte di spunti, ma va interpretato con senso critico.
Come spesso accade nello sport di endurance, la vera chiave non è copiare i campioni, ma capire perché fanno ciò che fanno — e adattarlo con intelligenza alla realtà dell’atleta che abbiamo davanti.
Il metodo norvegese applicato all’age-grouper: adattare senza snaturare
Dopo aver analizzato punti di forza e limiti del metodo norvegese, la domanda sorge spontanea: può un age-grouper trarne beneficio?
La risposta è sì, ma solo a patto di adattarlo profondamente. Copiarlo in modo letterale sarebbe un errore; reinterpretarne i principi, invece, può portare miglioramenti concreti e duraturi.
Cambiare prospettiva: dal “quanto” al “come”
Il primo grande aggiustamento riguarda il volume. L’age-grouper non può (e non deve) allenarsi 25–30 ore a settimana. Il cuore del metodo norvegese, però, non è il volume in sé, ma la qualità con cui viene distribuito il carico.
Per un age-grouper con 8–12 ore settimanali, l’obiettivo diventa:
- eliminare il lavoro “di mezzo”
- rendere ogni seduta coerente con uno scopo fisiologico preciso
- preservare energie per essere costanti settimana dopo settimana
In questo senso, il metodo norvegese è quasi un antidoto al classico allenamento amatoriale sempre un po’ troppo intenso.
La gestione dell’intensità: il vero punto chiave
Meno “tirato”, più controllato
Uno dei concetti più trasferibili è il controllo rigoroso delle sedute di soglia.
L’age-grouper tende spesso a trasformare lavori teoricamente “a ritmo gara” in allenamenti massacranti, difficili da recuperare.
Applicare il principio norvegese significa:
- lavorare leggermente sotto soglia, non al limite
- privilegiare la ripetibilità della seduta
- uscire dall’allenamento con la sensazione di “potrei fare ancora qualcosa”
Che si usi il lattato, la potenza, la frequenza cardiaca o l’RPE, il concetto non cambia: la seduta deve essere sostenibile, non eroica.
Il lattato: utile ma non indispensabile
Per l’age-grouper il lattato non è necessario, ma può essere uno strumento educativo, usato saltuariamente per:
- calibrare le intensità
- evitare sovrastime della soglia
- imparare a riconoscere le sensazioni corrette
Usarlo ogni giorno, invece, è spesso inutile e poco pratico.
Doppie sedute: sì, ma con criterio
Nel metodo norvegese le doppie sedute sono la norma. Per l’amatore diventano un’opzione strategica, non sistematica.
Esempi intelligenti di adattamento:
- mattino facile / sera qualità
- due discipline diverse (es. bici easy + corsa tecnica)
- evitare due lavori intensi nello stesso giorno
L’obiettivo non è accumulare fatica, ma distribuire meglio lo stimolo, riducendo lo stress per singola seduta.
Il ruolo centrale del recupero
Qui spesso l’age-grouper fallisce. Il metodo norvegese funziona perché il recupero è trattato come parte integrante dell’allenamento.
Applicazione pratica:
- giorni realmente facili (veramente facili)
- attenzione al sonno prima di aumentare i carichi
- nutrizione adeguata durante l’allenamento, non solo dopo
Senza recupero, anche il miglior metodo diventa inefficace.
Un esempio pratico di “spirito norvegese” per age-grouper
Senza entrare in una pianificazione dettagliata, una settimana tipo potrebbe includere:
- 2 sedute di qualità controllata (una bici, una corsa)
- 1 combinato breve e gestibile
- molto lavoro aerobico facile
- almeno 1 giorno a carico ridotto reale
Meno allenamenti “medi”, più chiarezza sugli obiettivi di ogni sessione.
Conclusione
Applicare il metodo norvegese all’age-grouper non significa fare come i norvegesi, ma pensare come loro.
Controllo, sostenibilità, precisione e continuità battono sempre entusiasmo eccessivo e intensità mal gestita.
Per l’amatore evoluto, il vero salto di qualità non arriva allenandosi più forte, ma allenandosi meglio e più a lungo nel tempo. Ed è proprio qui che il metodo norvegese, opportunamente adattato, può fare la differenza.

